È argomento di recenti dibattiti il presunto divieto di circolare in bicicletta con accanto l’amico a quattro zampe o la presunta configurazione di tale gesto alla stregua del reato di maltrattamenti. Alla luce di plurime differenti opinioni, è opportuno far chiarezza sul tema.

In primo luogo, occorre distinguere il divieto in senso stretto da un’ipotesi di reato come quello di maltrattamenti.

Tale divieto, infatti, esiste ed è disciplinato dal codice della strada all’art. 182 co. 3, che, disciplinando la circolazione dei velocipedi (biciclette), recita testualmente “ai ciclisti è vietato […] condurre animali e farsi trainare da altro veicolo”. Per il trasporto di animali, invece, si richiama l’art. 170 (riferito ai motocicli), che precisa che tale trasporto può avvenire soltanto con l’ausilio di una apposita gabbia o contenitore.

Ciò nondimeno, la conseguenza della violazione di tale divieto è una mera sanzione amministrativa da un minimo di 25,00 € ad un massimo di 100,00 € e non già un reato con conseguenze penalmente rilevanti. Inoltre è bene specificare che l’ambito di applicazione del codice della strada è per tutte le strade percorse altresì da veicoli o su cui in ogni caso vige la normativa stradale. Pertanto, tale divieto non è assoluto e indirizzato al fatto in sé di condurre l’animale accanto alla bicicletta, bensì è indirizzato alla situazione di pericolo che tale gesto provocherebbe nel del contesto della circolazione stradale.

Pertanto, nulla vieterà in concreto una simile attività in un parco, ma generalmente tale attività sarà vietata su ogni tipo di strada e pista ciclabile sottoposta al regime giuridico del codice della strada. Ciò, a meno che non vi sia un divieto esplicito ad opera di un’amministrazione comunale operante su tutto il territorio amministrato, che generalmente è imposto per motivi di tutela al benessere dell’animale.

Anche in tale ultimo caso, tuttavia, l’unica sanzione cui si potrà andare incontro sarà quella pecuniaria e non già quella penale.

Infatti, è cosa ben diversa il reato di maltrattamenti, previsto all’art. 544 ter c.p. che recita testualmente che “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche ecologiche è punito con la reclusione da tre mesi a un anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro. La stessa pena si applica a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi.”.

Ora, è del tutto errato affermare che “chi porti il proprio cane a spasso facendolo correre accanto alla propria bicicletta compia un maltrattamento”. La violazione della norma penale, infatti, deve essere accertata e valutata caso per caso. Quindi, per semplificare drasticamente, un velocipede che procede a velocità moderata e porta a spasso un giovane alano sano e in forma per alcuni minuti non arrecherà alcun maltrattamento all’animale. Per contro, un velocipede che procede a velocità elevata e porta a spasso un anziano bassotto portandolo allo stremo delle proprie forze, commetterà un atto idoneo a configurare la sottoposizione a fatiche insopportabili per le caratteristiche dell’animale e quindi un maltrattamento penalmente rilevante.

Pertanto, la norma penale subentrerà solo in caso di marcata assenza di coscienza e buon senso da parte del padrone; in ogni caso, ai sensi del codice della strada, permane il divieto della circolazione dei velocipedi con accanto l’amico a 4 zampe che il legislatore ha ritenuto foriera, nel contesto di una strada o di una pista ciclabile, di un elevato rischio di incidenti o turbative della circolazione pubblica.

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