LE SPESE LEGALI STRAGIUDIZIALI NELLA RCA

a cura dell’Avvocato Luca Bonjour

La Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 11154 del 20.02.2015, depositata in data 29.05.2015, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di riconoscimento di spese legali stragiudiziali in ambito RCA.

L’art. 9, secondo comma, Regolamento n. 254/2006 – Assistenza tecnica e informativa ai danneggiati – statuisce che: “Nel caso in cui la somma offerta dall’impresa di assicurazione sia accettata dal danneggiato, sugli importi corrisposti non sono dovuti compensi per la consulenza o assistenza professionale di cui si sia avvalso il danneggiato diversa da quella medico – legale per i danni per i danni alla persona”.

Le questioni di costituzionalità sollevate relativamente a detta normativa sono state dichiarate inammissibibli, in quanto di fonte regolamentare e, pertanto, sottratte al giudizio di legittimità.

Ad ogni modo, a prescindere dai profili di illegittimità costituzionali, la norma regolamentare de qua trova la propria fonte nella delega contenuta nell’art. 150, primo comma, lettera d), Codice delle Assicurazioni, il quale demanda al potere esecutivo di determinare, con proprio regolamento, “i limiti e le condizioni di risarcibilità dei danni accessori”.

Tuttavia, sia alla dottrina che alla giurisprudenza è sconosciuta la distinzione tra “danno principale” e “danni accessori”.

A tal proposito, il Regolamento cit. precisa che, se il danneggiato accetta l’offerta, non gli è dovuto alcun risarcimento per il danno eventualmente consistito nelle spese legali, nelle spese peritali di stima del danno al veicolo o di altri danni a cose.

Tale precisazione, tuttavia, contrasta con l’orientamento pacificamente espresso dalla Corte di Cassazione in punto di risarcimento del danno da circolazione stradale: infatti, “il danneggiato ha facoltà, in ragione, del suo diritto di difesa, costituzionalmente garantito, di farsi assistere da un legale di fiducia e, in ipotesi di composizione bonaria della vertenza, di farsi riconoscere il rimborso delle relative spese legali; se invece la pretesa risarcitoria sfocia in un giudizio nel quale il richiedente sia vittorioso, le spese legali sostenute nella fase precedente all’instaurazione del giudizio divengono una componente del danno da liquidare e, come tali devono essere chieste e liquidate sotto forma di spese vive o spese giudiziali” (Cass. n. 2275/2006; Cass. n. 11606/2005).

In ogni caso, secondo la sentenza in esame, i compensi corrisposti dal danneggiato al proprio avvocato per l’attività stragiudiziale devono poter formare oggetto di domanda di risarcimento nei confronti dell’altra parte a titolo di danno emergente, quando siano state necessarie e giustificate: a tale conclusione deve giungersi in forza dell’art. 92, primo comma, c.p.c., il quale attribuisce al giudice il potere di escludere dalla ripetizione le spese sostenute dalla parte vittoriosa, ove ritenute eccessive o superflue, e non si riscontra motivo perché non possa applicarsi anche agli effetti della liquidazione del danno rappresentato dalle spese stragiudiziali.

Pertanto, una norma regolamentare – e, quindi, di secondo grado – che escluda a priori il diritto al risarcimento di un tipo di danno che la legge – e, quindi, una fonte di primo grado – considera altrimenti risarcibile, appare difficilmente compatibile con gli artt. 3 e 24 della Costituzione ed perciò da considerarsi nulla, alla luce del principio secondo cui i regolamenti in contrasto con la Costituzione, se non sono sindacabili dalle Corte costituzionali, perché privi della forza di legge, sono comunque disapplicabili dal giudice ordinario, in quanto atti amministrativi, in senso ampio.

Inoltre, secondo la norma regolamentare de qua, il rimborso delle spese legali non è dovuto solo se il danneggiato accetta l’offerta dell’assicuratore: dunque, sarebbe agevole prevedere che il danneggiato – se ha già chiesto assistenza legale o tecnica – tenderà a rifiutare qualsiasi offerta dell’assicuratore.

Tuttavia, la Corte precisa che la risarcibilità o meno di qualsiasi danno dipende dalla sua natura giuridica e non dal suo contenuto economico: è, infatti, inammissibile che un danno, altrimenti risarcibile, perda tale sua qualità per avere il soggetto danneggiato effettuato un esborso in favore di un terzo.

Pertanto, quando il danno consiste in spese erogate a professionisti di cui il danneggiato si sia avvalso per ottenere il risarcimento del danno stesso, ciò che rileva ai fini della risarcibilità è soltanto la sussistenza di un valido e diretto nesso causale tra il sinistro e la spesa. Quindi, le spese consistite in compensi professionali saranno risarcibili o meno non già in base alla veste del percettore (sì al medico legale, no all’avvocato), ma in base alla loro effettiva necessità.

Dovrà perciò ritenersi sempre risarcibile la spesa per compensare un legale, quando il sinistro presentava particolari problemi giuridici, ovvero quando la vittima non ha ricevuto la dovuta assistenza, ex art. 9, primo comma, d.p.r. n. 254/2006, dal proprio assicuratore.

Specularmente, sarà sempre irrisarcibile la spesa per compensi all’avvocato, quando la gestione del sinistro non presentava alcuna difficoltà, i danni derivanti dallo stesso erano modestissimi e l’assicuratore aveva prontamente offerto dovuta assistenza al danneggiato.

In conclusione, la problematica sottesa alle spese legali va correttamente posta in termini di causalità, ex art. 1233 c.c., e non di risarcibilità. Ne consegue che l’art. 9, secondo comma, d.p.r. n. 254/2006, se inteso nel senso che esso vieta tout court la risarcibilità del danno consistito nell’erogazione di spese legali, deve essere ritenuto nullo per contrasto con l’art. 24 della Costituzione, e va, quindi, disapplicato.